Comune di Vobarno

Storia

Vobarno, che attualmente è il maggior centro della media Valle Sabbia, trova la sua origine probabilmente in epoca pre-romana come piccolo insediamento di popolazioni “reto-celtiche” raccolte sulla sponda sinistra del fiume Chiese alla base della collina del Cingolo: lo stesso toponimo latino, “Voberna” (“vadum arenae”=guado di sabbia (?)), si rifà, forse, ad un’età più antica.
Durante il I secolo a. C. è “vicus” romano di una certa importanza, sede di legioni, che dal 43 a.C. viene a trovarsi “ai confini d’Italia”, come attesta la famosa lapide di Publio Atinio. Numerose sono le memorie riconducibili a questo periodo: il Mommsen, localmente, raccolse nove iscrizioni, di cui due dedicate a Marte e Minerva e sette funerarie: il cippo di L. Leuconio, veterano della XXI legione, è ancora leggibile alla base della torre campanaria. Molte, poi, le sepolture coeve, rinvenute in epoche diverse sia nel capoluogo che nelle frazioni.
Dal V-VI d.C. Vobarno è sede della “pieve” cristiana, con giurisdizione su un vasto territorio suddiviso in quattro “decanie”: presso la pieve, dedicata a “Santa Maria assunta”, esisteva il battistero di S. Giovanni Battista, unico fonte battesimale per l’intero pievato: era retta da un arciprete che, col tempo, avrebbe sommato alle funzioni ecclesiastiche quelle di autorità secolare, quale “gastaldo” vescovile.
Nel Medioevo, essendo un nodo strategico di difesa territoriale tra Riviera, Valle Sabbia e Trentino, Vobarno è munito di una “rocca” e diviene centro di una importante “corte feudale” che verso il X-XI secolo passa sotto la giurisdizione del Vescovo di Brescia, con l’obbligo di albergare l’Imperatore e la sua corte quando fosse stato di passaggio in questa parte dei territori lombardi.
All’ombra della rocca, nel 1172, si svilupperà il più antico mercato stabile di Valle Sabbia.
Il castello raggiunge la sua massima estensione fra l’ XI e il XII secolo, quando la torre superiore e i casamenti annessi, sulla cima del Cingolo, vengono circondati da una triplice cerchia di mura che scende fino alle rive del fiume Chiese; diventa, poi, oggetto di contesa in più occasioni ed è espugnato una prima volta dagli Scaligeri nel 1330 e poi da Bernabò Visconti nel 1362, che, per rappresaglia, lo devasta demolendo buona parte delle fortificazioni. Nella prima metà del 1400 è comunque ancora un “arnese da guerra” ed ospita un castellano al soldo di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, partecipando alle successive lotte fra Milano e Venezia: verrà abbandonato e trasformato in “oratorio” solo sul finire del XV secolo, in seguito alle mutate condizioni politiche del territorio.
Infatti, nel 1426 Vobarno, insieme alla Riviera di Salò di cui era entrato a far parte nel 1385, aveva fatto atto di volontaria sottomissione alla Repubblica di San Marco, e le sarebbe restato fedele sino alla fine.
Nel periodo veneto diverrà la piccola capitale della “Quadra di montagna” della “Magnifica Patria” e potrà godere di varie esenzioni e benemerenze quale riconoscimento, da parte della Serenissima, degli aiuti offerti alla città di Brescia durante l’assedio di Niccolò Piccinino (1438).
Il periodo di relativa tranquillità che ne segue favorisce una marcata ripresa delle attività economiche e commerciali entro il vasto scenario mercantile veneziano, ma già dal ‘500 la situazione subisce una contrazione a causa di ricorrenti carestie e pestilenze. A ciò si aggiungono innumerevoli turbolenze causate dagli eserciti belligeranti di Francia, Spagna e Austria, che razzieranno il territorio per tre secoli. Fra le più celebri, ricordiamo la calata dei “Lanzichenecchi” di Georg v. Frundsberg, nel 1526, attraverso la valletta della Degagna (gli stessi “lanzi” che avrebbero posto “a sacco” Roma nel 1527) e la conclusiva devastazione del 1797, portata dalle armate napoleoniche e dai “giacobini” bresciani con un’azione punitiva contro i “controrivoluzionari” di Riviera e Valle Sabbia, difensori estremi della libertà veneziana. In quell’occasione Vobarno andrà a fuoco per metà: bruceranno la casa comunale, le suppellettili sacre e i banchi della nuova Parrocchiale, trasformata in stalla: andrà definitivamente perduto quanto restava degli antichi archivi religiosi e secolari. L’arciprete, don G. Catazzi e il Sindaco della Quadra, M.A. Turrini di Teglie, verranno fucilati come “ribelli” presso la “Fossa” di Salò.
Con le successive riorganizzazioni territoriali, francese e austriaca, Vobarno entra a far parte della Valle Sabbia: scompare l’antico Comune di Teglie, definitivamente accorpato a quello di Vobarno nel 1810 (quello di Degagna lo sarà solo nel 1928).
Anni gravi seguiranno alle devastazioni, agli espropri e alle tassazioni imposte da questi governi stranieri, sicché la ripresa economica avrebbe dovuto attendere la seconda metà del secolo XIX per trovare una nuova prospettiva. Infatti, solo nei primi anni post-unitari sorge a Vobarno e comincia a produrre la “Ferriera italiana” (1868), fondata da Giuseppe Ferrari con capitali di facoltose famiglie milanesi, ma questa grande struttura industriale passa presto di mano ad un altro milanese, Angelo Migliavacca (1873) e nel 1906 entra a far parte della Società Anonima Acciaierie e Ferriere Lombarde: nel 1931 diverrà “Falck”.
Tutto il ‘900 vobarnese è stato contraddistinto dalla presenza della grande industria, che con i suoi ritmi e le sue politiche ha assicurato un certo grado di benessere all’intera zona, indirizzando lo sviluppo del paese e condizionandone, nel contempo, le dinamiche sociali.
La crisi del settore siderurgico e le contrazioni del mercato, oltre alla crisi stessa del Gruppo Falck, in anni recenti hanno determinato la cessione dello stabilimento (1996) ad altri gruppi industriali, inducendo nuove prospettive imprenditoriali e nuove problematiche sociali.